Citazioni su Libri

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Io credo che un libro debba essere davvero una ferita, che debba cambiare in qualche modo la vita del lettore. Il mio intento, quando scrivo un libro, è di svegliare qualcuno, di fustigarlo. Poiché i libri che ho scritto sono nati dai miei malesseri, per non dire dalle mie sofferenze, è proprio questo che devono trasmettere in qualche maniera al lettore. No, non mi piacciono i libri che si leggono come si legge un giornale: un libro deve sconvolgere tutto, rimettere tutto in discussione.
Scrivere romanzi è un buon affare quando si è ammogliati con la critica.
Scrivere un libro implica sfidare intellettualmente sia coloro che hanno scritto libri che esprimono idee diverse, sia coloro che non ne hanno scritto alcuno. Infatti, chiunque dica o scriva qualcosa che non sia ovvio o scontato si pone come uno che, rispetto a quella cosa, la sa più lunga degli altri. In tal senso ogni autore è arrogante e presuntuoso.
Nei libri che ricordiamo c'è tutta la sostanza di quelli che abbiamo dimenticato.
Per ogni libro degno di essere letto c'è una miriade di cartastraccia.
Il successo di tanti libri si fonda sull'accordo fra la mediocrità delle idee dell'autore e la mediocrità delle idee del pubblico.
A cosa serviranno mai i libri? A imparare? No di certo, per imparare basta andare a scuola. No; io credo che un libro debba essere davvero una ferita, che debba cambiare in qualche modo la vita del lettore. Il mio intento, quando scrivo un libro, è di svegliare qualcuno, di fustigarlo. Poiché i libri che ho scritto sono nati dai miei malesseri, per non dire dalle mie sofferenze, è proprio questo che devono trasmettere in qualche maniera al lettore. No, non mi piacciono i libri che si leggono come si legge un giornale: un libro deve sconvolgere tutto, rimettere tutto in discussione. Il motivo? Ebbene, io non mi preoccupo molto dell'utilità di quanto scrivo, perché veramente non penso mai al lettore: scrivo per me, per liberarmi delle mie ossessioni, delle mie tensioni e nient'altro. Poco tempo fa una signora, nel «Quotidien de Paris», diceva di me: «Cioran scrive quello che ognuno si ripete sottovoce». Io non scrivo con lo scopo di «fare un libro», perché venga letto. No, scrivo per disfarmi di un peso. Soltanto dopo, meditando sulla funzione dei miei libri, dico tra me che dovrebbero essere come una ferita. Un libro che lascia il lettore uguale a com'era prima di leggerlo è un libro fallito.
Io sto morendo ma quella puttana di Emma Bovary vivrà in eterno.
Un libro deve frugare nelle ferite, anzi deve provocarle.
Un uomo lo si conosce dal catalogo dei suoi libri.
Non c'è libro tanto cattivo che in qualche sua parte non possa giovare.
I libri ci danno un diletto che va in profondità, discorrono con noi, ci consigliano e si legano a noi con una sorta di familiarità attiva e penetrante.
Qualche libro lo si legge col sentimento di fare un'elemosina all'autore.
Certi libri sembrano scritti non perché leggendoli s'impari, ma perché si sappia che l'autore sapeva qualcosa.
Ci sono libri che servono solo a rassicurare il lettore circa la propria dignità sociale, specialmente per quanto riguarda le proprie opinioni, in quanto coerenti con quelle dell'autore e della maggioranza degli altri lettori-sostenitori.
Quando un libro di duecento pagine ne contiene dieci istruttive e suggestive, dobbiamo ringraziare l'autore e far conto che il resto non sia stato scritto.
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