Citazioni di Emil Cioran

97 citazioni  
Non esiste sensazione falsa.
Aver paura è morire ogni minuto.
Il dramma non è morire, ma nascere.
La vita è una scuola di separazione.
Non è unile colui che odia se stesso.
Tutto è superfluo. Il vuoto sarebbe bastato.
Sento che sono libero, ma so che non lo sono.
Perdono tutto a X per il suo sorriso fuori moda.
Ha convinzioni solo chi non ha approfondito niente.
Un libro deve frugare nelle ferite, anzi deve provocarle.
Sbarazzarsi della vita è privarsi del piacere di riderne.
Bisogna vivere faccia a faccia con l'essere, non con lo spirito.
I pensatori di prima mano meditano su cose; gli altri, su problemi.
Solo un mostro può permettersi il lusso di vedere le cose come sono.
Dobbiamo leggere non per capire gli altri, ma per capire noi stessi.
Nel vivere contro l'evidenza, ogni momento diventa un atto di eroismo.
La morte è uno stato di perfezione, il solo alla portata di un mortale.
Si è e si resta schiavi finché non si è guariti dalla mania di sperare.
Obiezione contro la scienza: questo mondo non merita di essere conosciuto.
La paura di essere ingannati è la versione volgare della ricerca della Verità.
L'aforisma? Un fuoco senza fiamma. Si capisce che nessuno vi si voglia riscaldare.
Non si scrive perché si ha qualcosa da dire ma perché si ha voglia di dire qualcosa.
Si desidera la morte solo nei malesseri vaghi; la si fugge al minimo malessere preciso.
La conversazione è feconda soltanto fra spiriti dediti a consolidare le loro perplessità.
Più gli uomini si allontanano da Dio e più progrediscono nella conoscenza delle religioni.
I libri andrebbero scritti unicamente per dire cose che non si oserebbe confidare a nessuno.
Quando si sa che ogni problema è un falso problema si è pericolosamente vicini alla salvezza.
Ho tolto di mezzo Dio per bisogno di raccoglimento, mi sono sbarazzato di un ultimo seccatore.
Quando la feccia sposa un mito, preparatevi a un massacro o, peggio ancora, a una nuova religione.
Ammettendo l'uomo la natura ha commesso molto più di un errore di calcolo: un attentato a se stessa.
Arriva il momento in cui, dopo aver perduto le illusioni sugli altri, si perdono quelle su se stessi.
Né i mistici né i santi hanno bisogno di occhi. Loro non guardano il mondo. Il cuore è il loro occhio.
L'unico modo di conservare la propria solitudine è di offendere tutti, prima di tutti, coloro che si ama.
Se il disgusto del mondo bastasse a conferire la santità, non vedo come potrei evitare la canonizzazione.
Più facciamo progressi 'interiori' più diminuisce il numero di coloro con cui possiamo realmente comunicare.
Chiunque, per distrazione o per incompetenza, fermi sia pure per poco l’umanità nella sua marcia è un benefattore.
Gli uomini seguono soltanto chi regala loro illusioni. Non ci sono mai stati assembramenti intorno a un disilluso.
Quel che c'è di increscioso nelle sventure pubbliche è che chiunque si reputa abbastanza competente per parlarne.
In un'opera di psichiatria, mi interessano solo i discorsi dei malati; in un libro di critica, solo le citazioni.
Dio: una malattia dalla quale immaginiamo di essere stati curati perché nessuno ai nostri giorni ne rimane vittima.
Il vantaggio dell'aforisma è che non si ha bisogno di fornire prove. Si tira un aforisma come si tira uno schiaffo.
Vivo solo perché è in mio potere morire quando meglio mi sembrerà: senza l'idea del suicidio, mi sarei ucciso subito
Se non rinnego le mie origini è perché, in definitiva, è meglio non essere niente di niente che una parvenza di qualcosa.
Ho deciso di non prendermela più con nessuno da quando ho notato che finisco sempre col rassomigliare al mio ultimo nemico.
Soltanto gli ottimisti si suicidano. Gli altri, non avendo alcuna ragione per vivere, perché dovrebbero averne una per morire?
Un tempo, davanti a un morto, mi chiedevo: "A che gli è servito nascere?". Ora mi faccio la stessa domanda davanti a ogni vivo.
Alla lunga, la tolleranza genera più mali dell'intolleranza. Se ciò è esatto, è l'accusa più grave che si possa muovere all'uomo.
Colui che avendo frequentato gli uomini si fa ancora delle illusioni sul loro conto, dovrebbe essere condannato alla reincarnazione.
Il diritto di sopprimere tutti quelli che ci infastidiscono dovrebbe figurare al primo posto nella costituzione della Città ideale.
I periodi di sterilità che attraversiamo coincidono con una esacerbazione del nostro discernimento, con l'eclissi del demente che è in noi.
L'uomo - miscuglio di automatismo e di capriccio - è un robot difettoso, un robot guasto. Purché lo rimanga, e qualcuno un giorno non lo ripari!
Tutto il segreto della vita sta nel votarsi alle illusioni senza sapere che sono tali. Non appena le si conosce per quello che sono, l'incanto è rotto.
Non posseggo la fede, per mia fortuna. Se l'avessi, vivrei nella paura costante di perderla. Quindi, lungi dall'aiutarmi, essa mi nuocerebbe soltanto.
Con un'idea si vive, non la si disarticola; si lotta con essa, non se ne descrivono le tappe. La storia della Filosofia è la negazione della Filosofia.
Mentre veniva preparata la cicuta, Socrate stava imparando un'aria sul flauto. "A cosa ti servirà?" gli fu chiesto. "A sapere quest'aria prima di morire".
Non guardare né avanti né indietro, guarda in te stesso, senza paura e senza rimpianto. Nessuno scende in sé finché rimane schiavo del passato o del futuro.
Proverbio cinese: "Quando un solo cane si mette ad abbaiare a un ombra, diecimila cani ne fanno realtà". Da mettere in epigrafe a ogni commento sulle ideologie.
Vivo solo perché è in mio potere morire quando meglio mi sembrerà: senza l'idea del suicidio, mi sarei ucciso subito... Ciò che mi ha salvato è stata l'idea del suicidio.
Ci si deve schierare con gli oppressi in ogni circostanza, anche quando hanno torto, senza tuttavia dimenticare che sono impastati con lo stesso fango dei loro oppressori.
Potrei ammirare pienamente solo un uomo disonorato - e felice. Ecco uno, penserei, che spregia l'opinione dei suoi simili e trae felicità e consolazione unicamente da se stesso.
Si sceglie, si decide fintanto che si rimane alla superficie delle cose; appena si va al fondo, non si può più né decidere né scegliere, si può solo rimpiangere la superficie...
Quando ognuno avrà capito che la nascita è una sconfitta, l'esistenza, finalmente tollerabile, apparirà come l'indomani di una capitolazione, come il sollievo e il riposo del vinto.
La filosofia si insegna solo nell'agorà, in un giardino o a casa propria. La cattedra è la tomba del filosofo, la morte di ogni pensiero vivo; la cattedra è lo spirito in gramaglie.
Quel "glorioso delirio" di cui parla Teresa d'Avila per designare una delle fasi dell'unione con Dio, è ciò che uno spirito arido, inevitabilmente geloso, non perdonerà mai a un mistico.
La negazione non proviene mai da un ragionamento, ma da un non so che di oscuro e di antico. Le argomentazioni vengono dopo, per giustificarla e comprovarla. Ogni no scaturisce dal sangue.
Questo istante, ancora mio, eccolo scorrere, sfuggirmi, eccolo inabissato. Mi comprometterò con il successivo? Mi decido: è qui, mi appartiene, e già è lontano. Da mane a sera a fabbricare passato!
Non è parlando degli altri, ma curvandosi su di sé, che ci è possibile incontrare la Verità. Perché ogni cammino che non conduce alla nostra solitudine o non ne proceda, è deviazione, errore, perdita di tempo.
Schopenhauer ha ragione di sostenere che la vita è soltanto un sogno. Ma dà prova di grave incoerenza quando, invece di incoraggiare le illusioni, le smaschera facendo credere che al di là di esse ci sia qualcosa.
Dire a qualcuno ciò che si pensa di lui e di quello che fa significa investirsi di una superiorità molto abusiva. La franchezza non è compatibile con un sentimento delicato, non lo è neppure con una esigenza etica.
Per quanto disincantati siamo, ci è impossibile vivere senza alcuna speranza. Ne serbiamo sempre una, a nostra insaputa, e quella speranza inconscia compensa tutte le altre, esplicite, che abbiamo respinto o esaurito.
Non è facile distruggere un idolo: richiede lo stesso tempo che occorre per promuoverlo e adorarlo. Giacché non basta annientare il suo simbolo materiale, il che è semplice: si devono anche annientare le sue radici nell'anima.
Per alcuni la felicità è una sensazione cosi insolita che appena la provano, si allarmano e s'interrogano su questo nuovo stato; nulla di simile nel loro passato: è la prima volta che si avventurano fuori della sicurezza del peggio.
La sola cosa che si dovrebbe insegnare ai giovani è che non c'è niente, diciamo quasi niente, da aspettarsi dalla vita. Sogniamo una Carta delle Delusioni che elenchi tutti i disinganni riservati ad ognuno, da affiggere nelle scuole.
Il numero favoloso di ore che ho sprecato a interrogarmi sul "senso" di tutto ciò che è, di tutto ciò che accade...Ma questo tutto non comporta alcun senso, come ben sanno gli spiriti seri. perciò usano il loro tempo e le loro energie in cose utili.
Finché si credeva al Diavolo, tutto quel che accadeva era intelligibile e chiaro; da quando non ci si crede più, bisogna, per ogni evento, cercare una spiegazione nuova, tanto laboriosa quanto arbitraria, che incuriosisce tutti e non soddisfa nessuno.
In apparenza, ognuno è contento di sé; in realtà, nessuno lo è. […] A tal punto il dubbio su di sé travaglia gli esseri che questi, per porvi rimedio, hanno inventato l'amore, tacito patto fra due infelici per sopravvalutarsi, per incensarsi spudoratamente.
Che esca dalla bocca di un droghiere o di un filosofo, la parola essere, così ricca, così allettante, in apparenza così carica di senso, non significa in realtà assolutamente niente. In qualsivoglia occasione, è incredibile che uno spirito sensato possa servirsene.
Per valutare bene l'involuzione che rappresenta il cristianesimo rispetto al paganesimo, basta paragonare le banalità che hanno proferito i Padri della Chiesa sul suicidio con le opinioni espresse sullo stesso argomento da un Plinio, da un Seneca e finanche da un Cicerone.
La conoscenza di sé, la più amara di tutte, è anche quella che viene coltivata di meno: a che serve  sorprendersi dal mattino alla sera in flagrante delitto di illusione, risalire senza pietà alla radice di ogni atto, e perdere una causa dopo l'altra davanti al proprio tribunale?
Tutto ciò che ho scritto non serve a niente e non porta a niente. Questo è il motivo per cui non ne sono del tutto scontento. Ho mirato alla verità. Ma cos'è la verità se non ciò che disturba, anzi contraddice la vita? O meglio: la verità è ciò di cui si può fare a meno per vivere.
Senza la facoltà di dimenticare, il nostro passato graverebbe così pesantemente sul nostro presente che non avremmo la forza di far fronte a un solo istante di più, e ancora meno di entrarvi. La vita sembra tollerabile solo alle nature leggere, a quelle per l'appunto che non ricordano.
Lo stesso sentimento di estraneità, di gioco inutile, ovunque io vada: fingo di interessarmi a ciò che mi è indifferente, mi dimeno per automatismo o per carità, senza essere mai partecipe, senza essere mai da nessuna parte. Ciò che mi attira è altrove, e questo altrove non so cosa sia.
Se gli uomini danno l'illusione di essere liberi è a causa del linguaggio. Se facessero - senza una parola - quello che fanno, li si scambierebbe per robots. Parlando ingannano se stessi, come ingannano gli altri: poiché annunciano quello che faranno, come si potrebbe mai pensare che non siano padroni dei loro atti?
Vivere in conflitto con il proprio tempo è un privilegio. In ogni momento si è coscienti di non pensare come gli altri. Questo stato di discordanza acuto, per quanto indigente, per quanto sterile sembri, possiede tuttavia uno statuto filosofico, che si cercherebbe invano nelle cogitazioni armonizzate con gli eventi.
Nessuno è responsabile di quello che è e neppure di quello che fa. è evidente, e tutti più o meno ne convengono. Perché allora osannare o denigrare? Perché esistere equivale a valutare, a formulare giudizi, e l'astensione, quando non sia effetto dell'apatia o della viltà, esige uno sforzo che nessuno intende compiere.
La morte è la provvidenza di coloro che hanno avuto il gusto e il dono di fare fiasco, è la ricompensa di tutti quelli che non hanno avuto successo, che non ci tenevano ad averne...Dà loro ragione, è il loro trionfo. Invece, per gli altri, per quelli che hanno penato per avere successo, e me hanno avuto, che smentita, che schiaffo!
Tutto ciò che in me è vero proviene dalle timidezze della mia gioventù. A loro devo quello che sono, nel senso migliore della parola. Senza di esse non sarei letteralmente nulla, e non conoscerei tregua nella vergogna di me stesso. Che cosa non ho sofferto, da giovane, per causa loro. E ora sono queste sofferenze che mi riscattano ai miei occhi.
Non si può riflettere ed essere modesti. Appena la mente si mette in moto, si sostituisce a Dio e a qualsiasi cosa. è indiscrezione, usurpazione, profanazione. Non "lavora", sconquassa. La tensione che tradiscono i suoi procedimenti ne rivela il carattere brutale, implacabile. Senza una buona dose di ferocia non si può condurre un pensiero sino in fondo.
L'amicizia è un patto, una convenzione. Due esseri umani tacitamente si promettono reciprocamente di non rivelare cosa realmente pensano l'uno dell'altro. Una specie di alleanza basata sul compromesso. Quando uno di loro pubblicamente rivela i difetti dell'altro, il patto è dichiarato non più valido. Nessuna amicizia dura se uno dei partner cessa di giocare questo gioco. In altre parole, nessuna amicizia tollera troppa onestà.
Se ciascuno di noi dovesse confessare il proprio desiderio più segreto, quello che ispira tutte le sue azioni e i suoi progetti, direbbe: 'Voglio essere lodato.' Eppure nessuno si indurrà a confessarlo, perché è meno disonorevole confessare un crimine che ammettere una debolezza così pietosa e umiliante, che nasce da un senso di solitudine e di insicurezza, sentimento che affligge sia lo sfortunato che il fortunato, con uguale intensità.
Io credo che un libro debba essere davvero una ferita, che debba cambiare in qualche modo la vita del lettore. Il mio intento, quando scrivo un libro, è di svegliare qualcuno, di fustigarlo. Poiché i libri che ho scritto sono nati dai miei malesseri, per non dire dalle mie sofferenze, è proprio questo che devono trasmettere in qualche maniera al lettore. No, non mi piacciono i libri che si leggono come si legge un giornale: un libro deve sconvolgere tutto, rimettere tutto in discussione.
"Guai a voi quando tutti diranno bene di voi!". Il Cristo profetizzava così la propria fine. Ora tutti ne dicono bene, perfino i miscredenti più incalliti, anzi soprattutto loro. Lui sapeva che un giorno avrebbe dovuto soccombere al plauso universale. Il cristianesimo è perduto se non subisce persecuzioni spietate come quelle di cui fu vittima all'inizio. Dovrebbe procurarsi più nemici a qualsiasi costo, preparare a se stesso grandi calamità. Forse solo un nuovo Nerone potrebbe ancora salvarlo.
È un acrobata? è un direttore d'orchestra ghermito dall'idea? Si infervora, poi si modera, alterna allegro e andante, è padrone di sé come lo sono i fachiri o i lestofanti. Per tutto il tempo che parla, dà l'impressione di cercare, ma non sapremo mai cosa: un esperto nell'arte di scimmiottare il pensatore. Se dicesse anche una sola cosa perfettamente chiara, sarebbe perduto. Poiché ignora, al pari dei suoi uditori dove vuole arrivare, può continuare per ore, senza esaurire lo stupore dei fantocci che lo ascoltano.
Quando Mara, il Tentatore, cerca di soppiantare il Buddha, costui gli dice fra l'altro: "Con che diritto pretendi di regnare sugli uomini e sull'universo? Hai forse sofferto per la conoscenza?". Ecco la domanda capitale, forse l'unica, che ci si dovrebbe fare quando ci si interroga su chiunque, in primo luogo su un pensatore. Non si distingue mai abbastanza fra coloro che hanno pagato per ogni minimo passo verso la conoscenza e coloro, incomparabilmente più numerosi, cui fu assegnato un sapere comodo, indifferente, un sapere senza travagli.
Non appena ci si pongono certi problemi cosiddetti filosofici e si usa l'inevitabile gergo, si assume un'aria superiore, aggressiva, e questo in un ambito in cui, essendo di rigore l'insolubile, dovrebbe esserlo anche l'umiltà. Tale anomalia è solo apparente. Più i problemi che si affrontano sono rilevanti e più si perde la testa: si finisce persino con l'attribuire a se stessi le dimensioni di quei problemi. Se l'orgoglio dei teologi è ancora più spocchioso di quello dei filosofi è perché non ci si occupa impunemente di Dio: arrivano al punto di arrogarsi, loro malgrado, alcuni dei suoi attributi, i peggiori si intende.
Gli aforismi si distruggono gli uni con gli altri. Gli aforismi sono generalità istantanee, pensiero discontinuo. Ti viene un pensiero che sembra spiegare tutto, uno di quelli che si usa definire istantanei; un pensiero che non contiene molta verità, ma che contiene un po’ di futuro. Nelle esperienze della vita si può sempre verificarne il senso e il contenuto. È un atteggiamento mentale che si deve avere. […] Ma è un miscuglio di serio e non serio. A volte faccio affermazioni completamente insensate, che mi rinfacciano. Potrei benissimo replicare: « Guardate, dico il contrario: basta che voltiate pagina ». Non è che io sia un sofista, il moralista non è un sofista. Ma sono verità pensate nell'esperienza. Sono verità falsamente frammentarie. Bisogna prenderle come tali. Ma chiaramente il vantaggio dell’aforisma è che non si ha bisogno di fornire prove. Si tira un aforisma come si tira uno schiaffo.
A cosa serviranno mai i libri? A imparare? No di certo, per imparare basta andare a scuola. No; io credo che un libro debba essere davvero una ferita, che debba cambiare in qualche modo la vita del lettore. Il mio intento, quando scrivo un libro, è di svegliare qualcuno, di fustigarlo. Poiché i libri che ho scritto sono nati dai miei malesseri, per non dire dalle mie sofferenze, è proprio questo che devono trasmettere in qualche maniera al lettore. No, non mi piacciono i libri che si leggono come si legge un giornale: un libro deve sconvolgere tutto, rimettere tutto in discussione. Il motivo? Ebbene, io non mi preoccupo molto dell'utilità di quanto scrivo, perché veramente non penso mai al lettore: scrivo per me, per liberarmi delle mie ossessioni, delle mie tensioni e nient'altro. Poco tempo fa una signora, nel «Quotidien de Paris», diceva di me: «Cioran scrive quello che ognuno si ripete sottovoce». Io non scrivo con lo scopo di «fare un libro», perché venga letto. No, scrivo per disfarmi di un peso. Soltanto dopo, meditando sulla funzione dei miei libri, dico tra me che dovrebbero essere come una ferita. Un libro che lascia il lettore uguale a com'era prima di leggerlo è un libro fallito.
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