Citazioni di Emil Cioran

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Aver paura è morire ogni minuto.
Il dramma non è morire, ma nascere.
La vita è una scuola di separazione.
Tutto è superfluo. Il vuoto sarebbe bastato.
Un libro deve frugare nelle ferite, anzi deve provocarle.
Sbarazzarsi della vita è privarsi del piacere di riderne.
Dobbiamo leggere non per capire gli altri, ma per capire noi stessi.
Solo un mostro può permettersi il lusso di vedere le cose come sono.
Nel vivere contro l'evidenza, ogni momento diventa un atto di eroismo.
La morte è uno stato di perfezione, il solo alla portata di un mortale.
Si è e si resta schiavi finché non si è guariti dalla mania di sperare.
Obiezione contro la scienza: questo mondo non merita di essere conosciuto.
La paura di essere ingannati è la versione volgare della ricerca della Verità.
Non si scrive perché si ha qualcosa da dire ma perché si ha voglia di dire qualcosa.
La conversazione è feconda soltanto fra spiriti dediti a consolidare le loro perplessità.
Quando si sa che ogni problema è un falso problema si è pericolosamente vicini alla salvezza.
Ho tolto di mezzo Dio per bisogno di raccoglimento, mi sono sbarazzato di un ultimo seccatore.
Quando la feccia sposa un mito, preparatevi a un massacro o, peggio ancora, a una nuova religione.
Ammettendo l'uomo la natura ha commesso molto più di un errore di calcolo: un attentato a se stessa.
Arriva il momento in cui, dopo aver perduto le illusioni sugli altri, si perdono quelle su se stessi.
Né i mistici né i santi hanno bisogno di occhi. Loro non guardano il mondo. Il cuore è il loro occhio.
L'unico modo di conservare la propria solitudine è di offendere tutti, prima di tutti, coloro che si ama.
Più facciamo progressi 'interiori' più diminuisce il numero di coloro con cui possiamo realmente comunicare.
Chiunque, per distrazione o per incompetenza, fermi sia pure per poco l’umanità nella sua marcia è un benefattore.
Gli uomini seguono soltanto chi regala loro illusioni. Non ci sono mai stati assembramenti intorno a un disilluso.
Dio: una malattia dalla quale immaginiamo di essere stati curati perché nessuno ai nostri giorni ne rimane vittima.
Il vantaggio dell'aforisma è che non si ha bisogno di fornire prove. Si tira un aforisma come si tira uno schiaffo.
Vivo solo perché è in mio potere morire quando meglio mi sembrerà: senza l'idea del suicidio, mi sarei ucciso subito
Soltanto gli ottimisti si suicidano. Gli altri, non avendo alcuna ragione per vivere, perché dovrebbero averne una per morire?
Un tempo, davanti a un morto, mi chiedevo: "A che gli è servito nascere?". Ora mi faccio la stessa domanda davanti a ogni vivo.
Colui che avendo frequentato gli uomini si fa ancora delle illusioni sul loro conto, dovrebbe essere condannato alla reincarnazione.
Tutto il segreto della vita sta nel votarsi alle illusioni senza sapere che sono tali. Non appena le si conosce per quello che sono, l'incanto è rotto.
Mentre veniva preparata la cicuta, Socrate stava imparando un'aria sul flauto. "A cosa ti servirà?" gli fu chiesto. "A sapere quest'aria prima di morire".
Proverbio cinese: "Quando un solo cane si mette ad abbaiare a un ombra, diecimila cani ne fanno realtà". Da mettere in epigrafe a ogni commento sulle ideologie.
Vivo solo perché è in mio potere morire quando meglio mi sembrerà: senza l'idea del suicidio, mi sarei ucciso subito... Ciò che mi ha salvato è stata l'idea del suicidio.
Non è parlando degli altri, ma curvandosi su di sé, che ci è possibile incontrare la Verità. Perché ogni cammino che non conduce alla nostra solitudine o non ne proceda, è deviazione, errore, perdita di tempo.
Schopenhauer ha ragione di sostenere che la vita è soltanto un sogno. Ma dà prova di grave incoerenza quando, invece di incoraggiare le illusioni, le smaschera facendo credere che al di là di esse ci sia qualcosa.
Non è facile distruggere un idolo: richiede lo stesso tempo che occorre per promuoverlo e adorarlo. Giacché non basta annientare il suo simbolo materiale, il che è semplice: si devono anche annientare le sue radici nell'anima.
Per alcuni la felicità è una sensazione cosi insolita che appena la provano, si allarmano e s'interrogano su questo nuovo stato; nulla di simile nel loro passato: è la prima volta che si avventurano fuori della sicurezza del peggio.
In apparenza, ognuno è contento di sé; in realtà, nessuno lo è. […] A tal punto il dubbio su di sé travaglia gli esseri che questi, per porvi rimedio, hanno inventato l'amore, tacito patto fra due infelici per sopravvalutarsi, per incensarsi spudoratamente.
Tutto ciò che ho scritto non serve a niente e non porta a niente. Questo è il motivo per cui non ne sono del tutto scontento. Ho mirato alla verità. Ma cos'è la verità se non ciò che disturba, anzi contraddice la vita? O meglio: la verità è ciò di cui si può fare a meno per vivere.
Lo stesso sentimento di estraneità, di gioco inutile, ovunque io vada: fingo di interessarmi a ciò che mi è indifferente, mi dimeno per automatismo o per carità, senza essere mai partecipe, senza essere mai da nessuna parte. Ciò che mi attira è altrove, e questo altrove non so cosa sia.
Tutto ciò che in me è vero proviene dalle timidezze della mia gioventù. A loro devo quello che sono, nel senso migliore della parola. Senza di esse non sarei letteralmente nulla, e non conoscerei tregua nella vergogna di me stesso. Che cosa non ho sofferto, da giovane, per causa loro. E ora sono queste sofferenze che mi riscattano ai miei occhi.
L'amicizia è un patto, una convenzione. Due esseri umani tacitamente si promettono reciprocamente di non rivelare cosa realmente pensano l'uno dell'altro. Una specie di alleanza basata sul compromesso. Quando uno di loro pubblicamente rivela i difetti dell'altro, il patto è dichiarato non più valido. Nessuna amicizia dura se uno dei partner cessa di giocare questo gioco. In altre parole, nessuna amicizia tollera troppa onestà.
Io credo che un libro debba essere davvero una ferita, che debba cambiare in qualche modo la vita del lettore. Il mio intento, quando scrivo un libro, è di svegliare qualcuno, di fustigarlo. Poiché i libri che ho scritto sono nati dai miei malesseri, per non dire dalle mie sofferenze, è proprio questo che devono trasmettere in qualche maniera al lettore. No, non mi piacciono i libri che si leggono come si legge un giornale: un libro deve sconvolgere tutto, rimettere tutto in discussione.
Gli aforismi si distruggono gli uni con gli altri. Gli aforismi sono generalità istantanee, pensiero discontinuo. Ti viene un pensiero che sembra spiegare tutto, uno di quelli che si usa definire istantanei; un pensiero che non contiene molta verità, ma che contiene un po’ di futuro. Nelle esperienze della vita si può sempre verificarne il senso e il contenuto. È un atteggiamento mentale che si deve avere. […] Ma è un miscuglio di serio e non serio. A volte faccio affermazioni completamente insensate, che mi rinfacciano. Potrei benissimo replicare: « Guardate, dico il contrario: basta che voltiate pagina ». Non è che io sia un sofista, il moralista non è un sofista. Ma sono verità pensate nell'esperienza. Sono verità falsamente frammentarie. Bisogna prenderle come tali. Ma chiaramente il vantaggio dell’aforisma è che non si ha bisogno di fornire prove. Si tira un aforisma come si tira uno schiaffo.
A cosa serviranno mai i libri? A imparare? No di certo, per imparare basta andare a scuola. No; io credo che un libro debba essere davvero una ferita, che debba cambiare in qualche modo la vita del lettore. Il mio intento, quando scrivo un libro, è di svegliare qualcuno, di fustigarlo. Poiché i libri che ho scritto sono nati dai miei malesseri, per non dire dalle mie sofferenze, è proprio questo che devono trasmettere in qualche maniera al lettore. No, non mi piacciono i libri che si leggono come si legge un giornale: un libro deve sconvolgere tutto, rimettere tutto in discussione. Il motivo? Ebbene, io non mi preoccupo molto dell'utilità di quanto scrivo, perché veramente non penso mai al lettore: scrivo per me, per liberarmi delle mie ossessioni, delle mie tensioni e nient'altro. Poco tempo fa una signora, nel «Quotidien de Paris», diceva di me: «Cioran scrive quello che ognuno si ripete sottovoce». Io non scrivo con lo scopo di «fare un libro», perché venga letto. No, scrivo per disfarmi di un peso. Soltanto dopo, meditando sulla funzione dei miei libri, dico tra me che dovrebbero essere come una ferita. Un libro che lascia il lettore uguale a com'era prima di leggerlo è un libro fallito.
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